sabato 20 dicembre 2014

UN BEL GIARDINO VICINO CASA

A TUTTI GLI AMICI DEL BLOG E DI FB I MIEI PIU' CALOROSI AUGURI PER LE PROSSIME FESTIVITA'. aldo

giovedì 13 novembre 2014

SONO POCHE RIGHE, IL TITOLO NON SERVE

Per quello che a volte mi succede mi sono fatto una domanda e mi sono dato questa risposta.
Parlo di quando una semplice piccola idea (pomposamente la chiamo ispirazione) si insinua nella mia mente. Prima inizia lentamente e poi vi si stabilisce definitivamente e non se ne va, quasi una persecuzione. Con i loro tempi le tesserine per comporre il mosaico di detta idea fanno breccia nella mia testa. Quello che mi sorprende è che arriva prima la tesserina del titolo del futuro scritto. Come se mi indicasse la via da seguire ma, trattandosi soltanto del titolo, man mano che altre tesserine si fanno strada capita che quel titolo non va bene e allora ne compongo uno che ritengo sia migliore, sempre che io ci azzecchi. In realtà dovrei prendere nota sulla carta di quelle tesserine come in una sorta di diario, ma non l'ho mai fatto e non lo faccio. Le deposito lì, nella mia mente, le lascio crescere, con la speranza che non cambino strada e spariscano. I luoghi e i tempi dove maggiormente si fanno vive sono nella mia stanza, a letto, quando mi accingo a riposare o a dormire e, strano a dirsi, nel bagno. Una volta riunitesi, loro, le tesserine, si radunano dove man mano le avevo depositate e, finalmente libere, scorrono abbastanza velocemente dalla mente alle dita delle mie mani che cliccano sulla tastiera del pc. Da quel momento non riesco più a fermarle. Neppure se, come mi è capitato recentemente, è l'ora di pranzo e mi dicono che è pronto a tavola. Dopo un paio d'ore metto il punto allo scritto e soltanto allora vado a mangiare. Tanto poi lo andrò a rileggere per la correzione di qualche refuso o per metterlo nel dimenticatoio.
QUANTO SOPRA DETTO SOLTANTO SE MI BALLA IN MENTE QUALCHE PICCOLA IDEA DI FANTASIA. PER FATTI REALI E RICORDI L'ITER È DIVERSO, DI MOLTO.


lunedì 10 novembre 2014

IL NOME

Nonno Tito viene dall’ospedale dove la sua unica figlia, soltanto due ore fa, ha dato alla luce una bambina.
  
Non è nulla di sensazionale considerato che di bambini ne nascono tutti i giorni anzi tutte le ore
, ma lo è invece per lui ed è una notizia che vuole far sapere subito ad amici e parenti e quindi si precipita a casa.
Non è stato il solo ad attendere questa nascita, però lui, camminando su e giù per il corridoio, si è sentito molto agitato, anche se non c’era di che preoccuparsi…ed anche eccitato…sarà perché è la prima volta che diventa…
nonno!.
E poi anche perché sua figlia, appena uscita dalla sala parto, gli fa “conoscere” la dolce creatura
e gli chiede una cosa…che deve pure sbrigarsi a fare. Lei, appunto sua figlia e lui, suo marito e quindi la mamma ed il papà, hanno deciso di comune accordo che è lui, suo nonno, a dover scegliere il nome da dare alla loro bambina.
Una bella responsabilità perché non è affatto una cosa semplice.
Quindi, appena giunto a casa, dopo aver fatto numerose telefonate per far sapere la lieta novella a tutti, si mette a pensare quale nome dare alla sua…nipotina…Già, adesso ha una nipotina! 

Riflette a lungo ma tutti i nomi che gli vengono in mente, per un motivo o per altro, non sono di suo gradimento e pensa che non lo sarebbero neppure per i novelli genitori.
Prende un calendario e lo scorre dal mese di gennaio a quello di dicembre:di nomi ve ne sono una infinità però… non lo soddisfano, con tutto il rispetto per chi si chiama Albina,Bibiana,Cunegonda, Ermenegilda o Genoveffa.
Si dice: “adesso elenco tanti nomi per ordine alfabetico, qualcuno lo troverò certamente”. Inizia con Alessandra…Barbara…Cristina…Donatella…Eleonora…Federica…niente da fare…Tutti bei
nomi per carità ma…non sa il perché…non gli sembrano appropriati.
Eppure soltanto due ore fa era così contento che quasi scoppiava per tanta felicità e tanta…un
momento!!!…eccolo trovato!…basta ricordare quello che ha provato…un’immensa GIOIA!…Ha
deciso!…questo è il nome che darà alla sua nipotina.
Se quando sarà grande vorrà sapere come mai porta quel nome vorrebbe essere lui a spiegarle perché.

giovedì 6 novembre 2014

PIOVEVA FORTE QUEL GIOVEDI' DI MARZO

Sandro non aveva con sé un ombrello ma per fortuna la fermata della metro che doveva portarlo al capolinea della metro A di Roma si trovava proprio sotto l'ufficio. Giunto a destinazione, dove aveva parcheggiata la macchina per rientrare a casa a Rocca Priora, la pioggia non aveva smesso anzi era diventata quasi una tempesta con tanto di grandine. Vicino l'uscita della metro Sandro, che era venuto a trovarsi tra gli ultimi passeggeri, notò una giovane donna che tentava di aprire uno di quegli ombrelli che si allungano premendo un tasto, che saranno anche comodi a portarli con sé ma capita molto spesso che si rompano. Niente da fare malgrado i numerosi tentativi. Le si avvicinò, chiese il permesso e ci provò anche lui ma fallì, si scusò, le disse che aveva la macchina nel vicino parcheggio e aggiunse che le avrebbe volentieri dato un passaggio. Lei lo ringraziò e l'informò che non abitava vicino ma a Monte Porzio Catone, un altro dei Castelli Romani. Sandro, sorridendo, le precisò che anche lui doveva andare da quelle parti cioè appena quattro o cinque chilometri dopo quel paese, quindi non gli costava nulla darle un passaggio. La vide titubare per qualche istante poi con un lieve sorriso gli tese la mano e si presentò. Si chiamava Diana. Appena entrati in macchina lui mise in moto e iniziarono a scambiarsi quattro chiacchiere. Senza che glielo chiedesse, Diana gli disse la sua età, trentadue anni e lui le precisò la sua, trentasei. Aggiunse di aver accettato l'invito a salire in macchina ma volle precisare che era stata indotta a farlo soltanto per le cattive condizioni del tempo e perché la fermata del bus che doveva prendere era troppo lontana. Il traffico intenso consentì loro di parlare molto ma Sandro non perdeva l'occasione di osservarla minuziosamente anche se con discrezione. Non si poteva proprio definire una gran bella donna ma aveva lineamenti regolari, capelli ed occhi castani, pochissimo truccata. Inoltre aveva un bellissimo sorriso con tanto di fossette sulle guance. Quando arrivarono dove viveva Diana, scesero e, nel salutarsi, decisero di comune accordo di rivedersi il giorno dopo, alla stessa ora, nello stesso luogo. Iniziò per entrambi un periodo d'amicizia piuttosto sereno e tranquillo ma non si andava oltre anche se Sandro aveva fatto più volte dei tentativi per un approccio più concreto. Solo che Diana non era d'accordo. Ad eccezione della domenica, si incontravano tutti i giorni e man mano che il tempo passava aumentava la reciproca conoscenza. Entrambi occupati, Sandro contabile presso un'azienda, Diana quale infermiera professionale presso un ospedale, erano altresì single e vivevano da soli in minuscole case di loro proprietà. Gli altri loro parenti vivevano a Roma ai quali entrambi dedicavano le giornate festive. Ogni tanto cenavano a casa ora dell'uno ora dell'altro a seconda delle rispettive disponibilità. Praticamente si trattavano molto affettuosamente da amici nulla di più. In alcuni casi sia Diana sia Sandro mostravano segnali inequivocabili di voler modificare il loro rapporto e tramutarlo in qualcosa che entrambi desideravano ma quel passo in avanti tardava ad arrivare. Trascorsero quasi due mesi da quel primo incontro al capolinea della metro A ed un giorno, era un sabato, fermi in macchina dinanzi casa di Diana lei raccontò a Sandro che a 22 anni era stata fidanzata con un suo coetaneo collega di lavoro con il quale ebbe una relazione durata circa quattro anni ma, un giorno, per una troppo accentuata diversità di caratteri decisero entrambi di smettere e di lasciarsi. Da quella volta Diana non volle più avere rapporti di alcun genere con altri uomini.
Col trascorrere del tempo, con Sandro le cose stavano andando diversamente. Infatti il loro rapporto cambiò notevolmente. Diana si trasferì a casa di Sandro e la loro convivenza iniziò a dare i suoi frutti. Uno dopo l'altro nacquero tre figli maschi e quando il primo stava per compiere sette anni decisero di sposarsi in Comune esattamente il giorno del suo compleanno. Fu una gran bella festa alla quale parteciparono amici, conoscenti e parenti comuni. Quando l'Assessore preposto a celebrare le nozze vide i loro tre figli schierati accanto ai genitori, chiese chi erano quei tre "signorini" Sandro rispose che erano i loro veri testimoni rispettivamente di 5, 6 e 7 anni. La sera, rientrati casa, stanchi ma felici, si misero a letto guardandosi negli occhi e, sorridendo, Sandro eloquentemente chiese a Diana =che ne dici, siamo ancora capaci di mettere al mondo un altro bambino?=. Lei, con un sorriso malizioso, parafrasando il titolo di un vecchio film,rispose =sì, ma SPERIAMO CHE SIA FEMMINA=.




lunedì 3 novembre 2014

SOGNO DI UN GIORNO DI MEZZO AUTUNNO

Per dare una "sistematina" ad uno dei miei "poblemini" fisici devo osservare una dieta molto particolare che definire crudele non rende appieno l'idea. La lista contiene dodici "consigliucci". Inizia dal pane e prosegue con le minestre, la carne, i salumi, il pesce, i formaggi e derivati, le uova, la verdura, la frutta, le bevande, i dolci e gli aromi. In ciascuno di essi ci sono le seguenti "avvertenze" CONSIGLIATO - SCONSIGLIATO. In due dei dodici METODO DI COTTURA e in altri due CONDIMENTO CONSIGLIATO. Quando è il momento di stabilire il menu del giorno nella mia mente non ci sono gioie ma dolori.
L'altro giorno però ho preso una decisione.Verso le dodici, di nascosto, sono sgaiattolato fuori di casa e sono andato al ristorante vicino gestito da un mio vecchio amico al quale ho chiesto di farmi leggere la lista del giorno. Poi ho ordinato e poscia divorato quanto segue
- spaghetti con le cozze
- sette tra gamberoni e mazzancolle al forno
- un piattino con due ostriche e sette vongole veraci
- due bicchieri di vino bianco
- un caffé.
Il tutto rigorosamente "SCONSIGLIATO" come specificato nella sopracitata lista della dieta.
Fino ad oggi ancora la racconto, poi si vedrà.



lunedì 27 ottobre 2014

TE LO RACCONTO A VOCE

Vieni vieni bella di nonno, sono contento che sei venuta perché, vedi, questo fatto che mi è accaduto se tu l'avessi letto come solitamente fai ogni volta che ti capita tra le mani qualcosa che scribacchio, penso che avrebbe perso molto rispetto a quanto ti sto raccontando. Inoltre desidero che tu sappia che non è una favola, perché il tempo delle favole per te è già passato da un pezzo. Adesso siediti qui di fronte a me, così inizio. Sarò un pochino pignolo nel narrarti i dettagli ma lo faccio per cercare di spiegare meglio la singolare situazione in cui mi sono trovato.
"""Tre giorni fa, dopo una nottata trascorsa così così, mi sveglio, mi alzo e sbrigo tutte le attività mattutine, colazione compresa. Alle 6.30 precise mi siedo alla mia scrivania dinanzi al pcPasquale,
accendo la lampada da tavolo perché l'alba non è ancora spuntata del tutto e,improvvisamente, una specie di cinguettio talmente sonoro, arrabbiato, insistente quasi mi stordisce e mi rimbomba nelle orecchie - diciamo una, perché da quella sinistra non ci sento più da anni. Che succede mi chiedo?
Apro gli sportelli della finestra della mia stanza, attraverso il vetro cerco di dare un'occhiata in giro e chi vedo seminascosto nell'angolo a destra del davanzale che affaccia sulla via dove abito? Un volatile pennuto, un passero (solitario proprio come recita la poesia di G. Leopardi) che mi guarda e seguita ancora a cinguettare magari più lentamente, per nulla intimorito dalla mia quasi presenza. Come tutto il mondo sa (forse esagero), io e gli animali bipedi e pennuti non siamo mai andati d'accordo. Sarà soltanto colpa mia e mi dispiace ma così stanno le cose. Mi rivolgo al pennuto il quale continua a fare cing cing cing (pio pio pio se non sbaglio lo fanno soltanto i pulcini delle galline) e gli dico == amico mio stammi a sentire e, quando ti parlo guardami, non girare la tua testolina di qua e di là. Io desidero sapere sempre con chi ho a che fare, ad esempio qual è il tuo nome tanto per cominciare. Io mi chiamo Aldo e tu?...Già, con il solo cing cing cing non si capisce. Facciamo così, te lo do io un nome... Potrei chiamarti Francesco come il Fraticello di Assisi - lui parlava con gli uccelli credo, ma il paragone non regge. Al Vaticano attualmente risiede un Papa che si chiama Francesco, e poi si chiamava così il mio primo nipote che mia nuora dette alla luce in un ospedale dopo il parto cesareo. Non ho fatto in tempo a vederlo perché, appena nato, lo portarono all'ospedale pediatrico Bambin Gesù qui a Roma, al Gianicolo per metterlo nell'incubatrice, dove rimase poco più di due giorni e poi ci lasciò. Mio figlio stette sempre con lui. Al suo funerale, per il gran dolore che provavo, non ci andai. Mia nuora sì, credo fuggendo dall'ospedale dove era ricoverata. Provo ancora dolore, dopo 27 anni...Andiamo avanti. Dove eravamo rimasti? Ah sì,,, tu Franceschiello mio, più ti guardo e più mi viene il sospetto che sei scappato da una gabbia. Poiché io una gabbia non ce l'ho e non ho voglia di tenerti tra le mani anche se sei un passerotto non più alto di 15 cm, come la mettiamo? Non posso mica andare in giro a chiedere a chicchessia se gli è scappato un passerotto o una passerotta, mi prenderebbero a calci. A proposito... ma tu sei maschio o femmina? Vabbe', lascia perdere, non ha importanza. Tiriamo le somme e smettila col tuo cing cing. Entrare qui in casa da me non se ne parla, ma rimanere fuori a te non conviene e ti spiego perché. Vedi questo grande edificio qui di fronte, a circa 15 metri? Quello è un istituto tecnico professionale. Da questa parte è alto circa venti metri ed è coperto da quel tetto a tegole sulla cui cima sono sempre appollaiati almeno un paio di gabbiani, i quali per cibarsi dovrebbero stare nei pressi di fiumi, laghi o mare ma siccome là trovano soltanto plastica e immondizia di vario tipo sono emigrati qui in citta. Da quando sono arrivati, sono spariti almeno una dozzina di piccioni quindi, appena quelli ti vedono ti adoperano subito come aperitivo. Io posso soltanto prepararti una specie di nido: prendo una scatola di cartone, nell'angolo a sinistra metto un pezzo di stoffa che tu adopererai come letto e a destra l'angolo pranzo con un po' di briciole di pane - chicchi di grano non ne ho - e una tazzina con l'acqua. Però ci vai da solo dentro il nido perché io non ti prendo in braccio. Fai un salto, capito Franceschie'? Per precauzione accosto anche le persiane, così i due gabbiani non si accorgono di te. Basta, ho parlato troppo. Ci vediamo dopo== L'indomani mattina, alla stessa ora del giorno precedente, Franceschiello ha fatto cing cing cing appena tre o quattro volte e a bassa voce, quasi sussurrando. L'ho salutato tenendomi a debita distanza, l'ho rifocillato e mi sono messo a giocherellare col pcPasquale."""
OGGI, BELLA DI NONNO, FRANCESCHIELLO NON C'È E NON HA CINGUETTATO.



martedì 14 ottobre 2014

GIORNI COSI'...

...possono capitare quando problemini fisici di qualche tipo ti impediscono di fare quello che vorresti fare.
   In attesa di giorni migliori decidi quindi di dedicare il tuo tempo libero alla meditazione.
Nella speranza che arrivino presto io attendo e medito.

lunedì 6 ottobre 2014

INVITATO AD UNA FESTA DI COMPLEANNO

Mi è tornato in mente un ricordo di circa 20 anni fa.
Insieme ad altri comuni amici coetanei ed anche ex compagni di scuola, in totale circa una quindicina, venimmo invitati da Libera una ancor bella single - la più corteggiata dall'intera classe - benestante, brilante, ex dirigente statale.
L'occasione era il suo compleanno - 65 anni - e il suo ingresso nella "shiera dei pensionati di lusso".
Libera era stata sempre una persona indipendente, intraprendente, appunto libera di nome e di fatto, non si era mai sposata e i suoi "periodi amorosi" duravano...quanto bastavano alle sue esigenze personali. Anche durante il prosieguo della sua vita non aveva mai cambiato il suo spirito libero, perché lo voleva così e se lo poteva permettere.
Per la verità avevamo festeggiato insieme anche altri suoi compleanni, ma questo era particolare.
Libera aveva fissato l'appuntamento alle 20.30 in un ristorante di lusso del quartiere aristocratico di Roma, Parioli, nei pressi della sua lussuosa abitazione.
Naturalmente quando ci vedemmo ci furono abbracci, saluti, scambi di effusioni a base di pacche sulle spalle mentre Libera che ci osservava compiaciuta aveva il suo daffare nell'aprire i regali che ognuno di noi aveva portato per lei.
Fortunatamente ci eravamo sentiti telefonicamente in modo da evitare di fare regali simili o quasi.
Subito dopo Libera ci fece strada per condurci in una piccola saletta riservata dove era apparecchiato un tavolo con ottimi vini e spumanti italiani, bicchieri di cristallo e un enorme piatto contenente olive e stuzzichini vari.
Parlammo a lungo ricordando numerosi episodi del nostro comune periodo giovanile, scolastico e per alcuni anche universitario.
Un bicchiere tira l'altro arrivammo a mezanotte inoltrata senza neppure rendercene conto.
Io però sentivo un languorino che man mano era cresciuto fino a diventare languorone e, osservando gli altri, non ero il solo. Libera invece farfalleggiava da uno all'altro di noi senza mostrare alcun segno di stanchezza o di altro.
Ad un certo momento si affacciò alla porta della saletta il proprietario del ristorante che fece un segno a Libera la quale rivolgendosi a noi si scusò dicendoci che doveva andare a saldare il conto.
Appena voltatasi noi ci guardammo un po' sbalorditi e ci interrogammo solo con gli occhi senza pronunciare alcuna parola.
Libera ritornò in mezzo a noi e iniziarono i saluti di commiato e il reciproco scambio di promesse di rivedersi al più presto.
Uscito dal ristorante mi precipitai di corsa alla mia macchina, partii velocemente alla ricerca disperata di una bancarella, banchetto, banco o negozio per cercare di mettere qualcosa sotto i denti ma soprattutto nello stomaco.
Una mezz'ora dopo vidi un "pizza a taglio" ancora aperto, velocemente entrai e acquistai un pezzo di pizza enorme, non ricodo il suo peso.
Con la pizza in mano alzai gli occhi al cielo e urlai "AUGURI LIBERA".

mercoledì 1 ottobre 2014

BOLOGNA

Frecciarossa, proprio questo il treno che in meno di tre ore ci ha portato me, mio figlio e mia nuora da Roma a Bologna. Alle 22 siamo andati all'albergo dove io pernotterò questa notte, mentre lui e sua moglie saranno ospiti di un loro trentennale amico e della sua famiglia.
Domani mattina, alle 10, ci dovremo trovare in una clinica al cospetto di un primario che ci è stato consigliato da un caro amico di mio figlio. Mi devo sottoporre ad una visita medica molto delicata.
Entro nell'albergo e domando all'addetto alla reception il numero della camera che ho prenotato ieri l'altro da Roma ed esibisco il mio documento di riconoscimento. Molto gentilmente mi dice il numero, mi fornisce le chiavi, mi augura la buonanotte poi, quasi sussurrando,
= le chiedo scusa signore può darmi un minuto d'ascolto?
= certamente, dica pure...
= se deve cenare avrei da proporle...
= no grazie, a causa di una visita medica che devo affrontare domattina dovrò stare digiuno...
= peccato...le avrei suggerito il nome di un ottimo ristorante che si trova poco fuori Bologna ma l'avrei fatta accompagnare in macchina da una signora di mia conoscenza sia all'andata che al ritorno...
= la ringrazio per la sua gentilezza ma come le ho appena detto non posso cenare e...
= scusi se l'interrompo ma, se mi permette il suggerimento, la compagnia della signora può essere sempre utile se lei lo ritiene opportuno...
= in che senso scusi...
= nel senso cioè che la signora può...come dire...tenerle compagnia per mezz'ora oppure un'ora oppure ancora per tutta la notte...
= mi ascolti...dalla sua strizzatina d'occhio si comprende benissimo il messaggio che mi sta inviando ma lei ritiene che alla mia veneranda età possa permettermi di...
= non c'è problema signore dato che le mansioni della signora possono limitarsi ad assisterla per le sue necessità...
= praticamente come un assistente domiciliare?
= esattamente...bravo...
= e questa, chiamiamola assistenza, penso abbia un suo costo
= sì ma è veramente poca cosa. Allora: mezz'ora 25 euro, un'ora 50 euro, tutta la notte 100 euro...
= certo che potrebbe...Sono io che decido la durata vero?
= naturalmente e...non solo... lei ha la possibilità di scegliere la persona che le farà compagnia...
= questa cosa non mi piace...non sto al mercato...mi mandi chi crede ma tenga presente la mia situazione...
= non dubiti, vedrà che rimarrà pienamente soddisfatto...
= lo spero. Io adesso salgo in camera, ci penso un po', poi la richiamo e le faccio sapere la mia decisione. Se dovessi decidere per il sì la persona che eventualmente verrebbe non la faccia salire prima di una mezz'ora...
= stia tranquillo signore.
Sono le 23 ed ho terminato da due minuti di sbrigare alcune faccende personali.
Bussano alla porta della camera, apro e
= buonasera, posso?
= prego...
= mi chiamo Deri e...
= Deri cos'è il cognome?
= no, è il vezzeggiativo di Ulderica, il mio nome
= salve, io mi chiamo Aldo.
È una giovane signora tra i 35 e i 40 anni, bruna, occhi chiari, viso ovale, labbra piene, personalino attraente, abbigliata con eleganza.
= Fa molto caldo anche stasera...
= vero...io non posso bere niente ma lì c'è un frigorifero ben fornito...
= no grazie, sto bene così
= d'accordo...ci sediamo?
= sì sì...ecco fatto.
Iniziamo a conversare raccontandoci qualcosa del nostro passato e del nostro presente. Mi accorgo che anche Deri è un'ascoltatrice attenta, mi lascia parlare a lungo senza interrompermi ed io faccio altrettanto. Senza che ce ne accorgiamo superiamo la mezzanotte di qualche minuto e allora le chiedo se può trattenersi fino al mattino precisandole che alle sette potrà consumare la prima colazione qui in camera. Io no per la faccenda del digiuno. Mi sono ricordato che poco dopo le otto verrà mio figlio per accompagnarmi in clinica. Chiedo a Deri se desidera avere adesso quanto le spetta ma lei mi risponde di non preoccuparni, se ne parlerà al mattino. Mi dice che vuole farsi una doccia e si reca in bagno. Nel frattempo mi preparo per la notte, indosso un pigiama ma, anche se è molto leggero, sento un caldo tremendo. Pazienza. Sollevo la sopracoperta dal letto abbastanza ampio e mi infilo sotto il solo lenzuolo rimanendo mezzo seduto. Poco dopo esce Deri dal bagno con un grosso asciugamano bianco avvolto intorno al corpo. Continua ad asciugarsi ancora un po' poi mi dice che, a causa del caldo, preferisce introdursi nel letto così...e si toglie l'asciugamano rimanendo nuda completamente. Poi, osservandomi, mi suggerisce di togliermi il pigiama per stare un po' più fresco. Poggiamo le nostre teste sui nostri rispettivi cuscini con il viso rivolto l'uno verso l'altro. Ci guardiamo negli occhi e riprendiamo a parlare. Nessuno di noi due sembra avere sonno. Ad un certo punto Deri mi carezza con dolcezza il volto, mi guarda ancora più intensamente di prima, poi mi chiede se può darmi un bacio - non alla francese precisa - e io annuisco. Lei poggia castamente le sue labbra piene sulle mie mentre continua a carezzarmi. Mi chiede quindi di poggiare la mia mano sul suo seno nudo, la trattiene con la sua mano e. senza toglierla, lentamente socchiude gli occhi. Io, purtroppo, fermo, freddo, immobile come ...una statua. Non posso anzi non riesco ad andare oltre.
Alle 8,10 ecco che arriva mio figlio il quale mi chiede subito
= hai dormito bene papà?
= come il neonato tra le braccia della mamma. Peccato che ieri, sul Frecciarossa, nel tirare fuori dalla tasca dei pantaloni il fazzoletto mi deve essere caduta in terra l'unica banconota da 100 euro che avevo e quindi...
= papà io te lo ripeto da anni ma tu non mi dai retta, i soldi non li devi tenere sciolti in tasca ma vanno tenuti nel portafoglio...
= sì hai ragione, adesso andiamo. Tu che dici quel primario ci chiederà di tornare una seconda volta magari tra un mese?
= speriamo di no...
Fra me e me "SPERO DI SI'".






lunedì 15 settembre 2014

TEATRO

Era l’anno 1931 e per sessant’anni fino al 1991 ne ho fatte, viste e vissute di cose nell’ambito di
quello che Peter Brook, famoso regista britannico, definiva così: “Il Teatro è la vita”.
Silvio D’Amico, critico teatrale, giornalista, docente di storia del teatro e direttore dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica che porta il suo nome, affermava, convinto, che non è “teatro” il cinema. Personalmente penso che non lo sia neppure la TV con le sue fiction, i suoi sceneggiati e spettacoli, registrati o meno, con gli spettatori retribuiti che applaudono e ridono a comando. “Perché il Teatro vuole l’attore “ vivo”, e che parla e che agisce scaldandosi al fiato del pubblico, vuole lo spettacolo senza la quarta parete e che può avvenire anche in spazi aperti”.
Premesso quanto sopra nel 1931 mio padre lavorava al Teatro Galleria di Roma con le mansioni di macchinista e in quel periodo calcava il palcoscenico la Compagnia di riviste Guido Riccioli comico e Nanda Primavera soubrette (già soprano nelle operette diventata in seguito attrice di teatro, cinema e TV). In uno sketch dello spettacolo la soubrette doveva entrare in scena tenendo tra le braccia un neonato. Sembra che, così come me lo ha raccontato mio padre, il capocomico chiese agli elementi della sua compagnia e al personale del teatro se c’era qualche genitore appunto di un neonato e mio padre si offrì lui di portare un bambino di poco più di un anno: in altre parole io. Altri particolari, se anche mi sono stati raccontati non li ricordo, ma credo che proprio quell’episodio fece scattare in me la molla della mia futura passione per le tavole del palcoscenico. Sarà per un puro caso, ma la soubrette Primavera è deceduta a 97 anni: hai visto mai che il Teatro allunga la vita? Negli anni a venire questa mia passione s’intensificò sempre di più ma con scarsi risultati. Mi dilettai, part-time, a fare del “teatro” (con la lettera minuscola) a livello amatoriale; mi è capitato pure qualcosa di semi-professionale, sporadicamente e soltanto perché mi capitava di guadagnarmi la “mille” (nel senso di mille lire) prendendo parte a spettacoli d’arte varia in occasione di feste o sagre in molti paesi della provincia di Roma, di sera e all’aperto, in ospedali di vario tipo ed in altri posti. Negli anni '46, '47, '48 sempre al Teatro Galleria dove mio padre lavorava, io facevo l’aiuto macchinista di scena. Nel primo periodo si esibì la Compagnia di Riviste Renato Rascel, comico e Tina De Mola, sua moglie, soubrette. L’ultima sera della loro tournèe, poco prima dell’inizio dello spettacolo, Rascel mi disse che quando nel corso della scenetta finale gettava dietro le quinte il suo esile bastoncino da passeggio, io dovevo fare in modo di creare un bel po’ di rumore. Ci pensai un po’e decisi di preparare una grossa catasta di cantinelle di legno, spezzati di scena e altro materiale. Arrivò il momento del lancio del bastoncino e quando mi giunse ai piedi dietro le quinte feci cadere tutto quello che avevo preparato. Il boato fu enorme. Sembrava che fosse caduta una bomba, il pubblicò s’impaurì un poco ma quando vide che anche Rascel rideva sbottarono a ridere tutti e ci fu un grande applauso.Dopo qualche tempo tornai ancora a lavorare in quello stesso teatro come aiuto dell’aiuto dell’elettricista ufficiale: praticamente eravamo in tre ad occuparci di quel settore e combinazione tutti con il nome Aldo. Pur non avendo mai frequentato scuola di teatro, di recitazione o Accademia d’Arte Drammatica ed essendo quello un periodo nero per me in quanto non riuscivo a trovare un lavoro, decisi di voler realizzare il mio sogno: diventare un vero attore di teatro. Appena ne parlai con mia madre e con la mia fidanzata - oggi mia moglie - come se si fossero messe d’accordo fecero di tutto per dissuadermi e, purtroppo, ci riuscirono.Svanita così ogni mia speranza continuai a fare teatro, saltuariamente, sempre a livello semi-professionale e a partecipare a spettacoli d’arte varia dovunque capitava l’occasione, alcune volte insieme ad attori professionisti come i fratelli De Vico e alla cantante di Radio Campidoglio Maria Boni.
Avrei potuto parlare più dettagliatamente di molti altri “episodi teatrali” ma suppongo che sia stato meglio non prolungarmi troppo.
Adesso sul mio “teatro” è calato il sipario dove ho scritto la parola FINE.

lunedì 8 settembre 2014

CHE BELLO STA CO' TE


La canzone con Nino Manfredi di cui al video quì sopra e che ho riascoltato in questi giorni mi ha fatto tornare in mente una breve storia di tanto tempo fa.
Dario un giovane ventiduenne era un appassionato di canzoni romane e, benché di dischi di questo genere ne possedesse una bella collezione, non appena veniva a conoscenza che era in programma da qualche parte di Roma, città in cui era nato e abitava, un concerto di tali canzoni, si può dire che era tra i primi a prenotare un biglietto. Infatti appena apprese la notizia che un giorno, più precisamente una domenica pomeriggio, in un piccolo teatro al centro della città, si sarebbe esibito un noto cantante romano acquistò subito il biglietto per un posto nella poltrona di platea in quinta fila. Quella domenica si presentò al teatro mezz'ora prima dell'inizio e si sedette sulla poltrona segnata col numero stampato nel biglietto d'ingresso. Accanto, sulla sua destra, c'erano due poltrone ancora vuote mentre il resto era già tutto occupato. Qualche minuto prima dell'inizio si presentarono due donne tutte trafelate le quali sedettero nelle due poltrone ancora vuote. Una era giovane, sicuramente della sua stessa età mentre l'altra, che si accomodò proprio accanto al corridoio di transito, poteva avere all'incirca una cinquantina di anni. La giovane poggiandosi sul bracciolo della propria poltrona lo sfiorava appena ma Dario spostò ugualmente il suo di braccio per una sorta di malcelata timidezza. Venne ricambiato dalla giovane con un sorriso appena accennato. Ebbe inizio lo spettacolo ed il cantante non sembrava stancarsi di intonare una serie di belle canzoni romane tra le quali "Che bello sta' co' te", molto applaudita dal pubblico. Dario, guardando di sottecchi la sua giovane vicina si accorse che si stava passando un fazzoletto sugli occhi. Quasi nello stesso istante terminò la prima parte dello spettacolo, si accesero le luci in sala e la signora cinquantenne si alzò dalla poltrona e disse alla giovane che andava a prendere un caffè e se voleva poteva andare con lei ma la giovane preferì non farlo. Dario, incuriosito da quello che aveva visto prima, prese coraggio e, dicendo il proprio nome, si presentò alla giovane e le chiese se si era commossa nell'ascoltare l'ultima canzone. Lei gli disse il suo di nome, Flaminia, e che la canzone era legata a un avvenimento di qualche anno prima. I due giovani continuarono a parlarsi per tutto l'intervallo e così Dario venne a conoscenza che la signora più anziana era la madre di lei, che abitavano in un paesino poco distante da Rona e che Flaminia frequentava un'università romana. Continuarono a scambiarsi reciproche confidenze su loro stessi e poi si scambiarono anche i rispettivi numeri telefonici. Era nata tra loro una simpatia che magari non si aspettavano così a prima vista. Si rividero ancora, molto spesso, tanto che l'amicizia si trasformò abbastanza rapidamente in amore che durò due anni e poco più e che si dovette interrompere perché il padre di Flaminia si era stabilito all'estero per lavoro e quindi lei e la madre dovevano raggiungerlo.
La sera prima della partenza i due giovani, Dario e Flaminia, abbracciandosi forte cantarono tra le lacrime "Che bello sta' co' te, me sembra de vola', che bello quanno attero e tu sei qua..."




lunedì 1 settembre 2014

CONVERSANDO

Sabato scorso mio figlio mi ha chiesto di andare a vedere una partita di pallacanestro piuttosto particolare nel senso che si tratta di una di quelle partite tra "scapoli e ammogliati" tra soggetti cioè la cui età va dai 45 ai 55 anni appassionatissimi di quello sport da tutti loro praticato sin da bambini. Il campo all'aperto situato nella scuola confinante con il fabbricato dove abito ha i requisiti dei campi idonei per tutte le varie gare dei campionati ufficiali che lì hanno luogo ma, per alcune ore della settimana, viene messo a disposizione di qualche gara amichevole tipo quella appena descritta. Uno dei bordi esterni di quel campo è contiguo alla parete esterna della palestra coperta. Lungo tale parete ci sono alcune lastre di pietra rettangolari ove si siedono i giocatori quando vengono effettuati dei cambi durante il corso delle partite ed anche parenti, mogli, fidanzate e figli dei giocatori in campo per assistere alle dispute. Arrivo quando la partita è iniziata da poco e mio figlio, 55 anni che sta giocando, si distrae un attimo, mi fa un cenno di saluto e io riesco a trovare un posto in una di quella specie di panchine stracolma di zaini, zainetti e borse di tela. Nonostante il tono amichevole della disputa io mi appassiono ugualmente anche perché il basket è uno sport che mi piace ed ho sempre seguito il "pupo" sin da quando aveva 14 anni. Dopo qualche minuto si avvicina un ragazzino e mi chiede se può sedersi lì accanto, gli rispondo di sì se riesce a farlo spostando qualcosa. Si siede e mi chiede qual è il punteggio della partita. Io lo informo e gli chiedo se suo padre è uno di quelli che stanno giocando insieme a mio figlio
= No, mio padre sta a casa...= Come mai non è qui se il sabato non lavora? = Lui non lavora da due anni perché sta in cassa integrazione. Mio padre dice che è quella corta, che finisce presto e che dopo non gli daranno più soldi. Prima veniva pure lui a giocare...=
Rimango un po' interdetto ma poi gli chiedo se posso domandargli qualche altra cosa e lui annuisce
= Quanti anni hai? = Dieci. Ho finito la quinta elementare che frequentavo qui e sono stato promosso in prima media... = E il tuo papà che lavoro faceva? = Operaio... = Tua madre lavora?
= Va a fare le pulizie in certe case... = Sei figlio unico? = No, ho una sorella di due anni, ci pensa mio padre a lei. Loro volevano metterla al nido ma costa e i soldi non ci sono... = Abitate qui vicino? = Sì, prima avevamo una casa poi i soldi sono finiti e allora... = Allora? = Una signora molto anziana ci ha dato una camera e dormiamo tutti lì. Non ci fa pagare però mamma fa tutte le cose di casa e papà cucina... = Parlate di tutto questo a casa? = No, sento papà e mamma che la sera prima d'addormentarsi ne parlano tutti i giorni fino a tardi, ecco perché so tutte queste cose. Sento pure che papà tante volte piange... = Te che fai quando succede questo... = Sto sveglio, non riesco più a dormire... = Una brutta situazione... = Io ho cercato di lavorare, di fare qualsiasi cosa, ma dicono tutti che sono troppo piccolo. Allora ho scritto tante lettere e l'ho mandate a tanti ma non mi ha risposto mai nessuno, eppure l'indirizzo nostro ce l'ho messo. Ogni giorno guardo nella cassetta della posta ma ci trovo solo pubblicità e qualche altra cosa indirizzata alla signora... = Ma non hai nonni o zii? = Gli zii hanno pochi soldi anche loro e i nonni non li ho mai avuti... = Brutti momenti... = Sì. Adesso vado a casa, ciao=.
UNA CONVERSAZIONE CHE MI HA LASCIATO L'AMARO IN BOCCA


mercoledì 27 agosto 2014

SE POTESSI AVERE...

Una banconota da 1.000 lire che io, tredicenne, vidi per la prima volta nel 1943 era così grande che, forse esagero un po', mi pareva un lenzuolo magari da culla per neonati. Naturalmente io la vedevo, come si usa dire, "da lontano" nel senso che non l'avevo nelle mie mani ma era custodita gelosamente nel primo cassetto del comò nella camera da letto dei miei genitori. Quando venimmo "liberati"dagli angloamericani circolavano invece le AMLIRE. Un biglietto da 100 era rettangolare, se non ricordo male valeva quanto un dollaro americano e aveva le stesse misure.
In quei primi anni quaranta era molto in voga una canzonetta il cui ritornello diceva pressappoco"Se potessi avere mille lire al mese senza esagerare, sarei certo di trovare tutta la felicità...". Già perché con quella cifra ognuno poteva considerarsi veramente felice e contento.
Cerco di fare un paragone con quello che ha dichiarato al riguardo un politico il quale ha affermato che "con 8.000 (ottomila) euro al mese" lui non riesce a campare cercando di giusticarsi per sostenere quanto andava dicendo.
Certamente a distanza di settanta anni il costo della vita è aumentato ma non fino a questo punto, vero politico incontentabile?
Ho provato a sognare di avere io 8.000 euro ogni mese e mi sono accorto che sono tanti e che non riuscirei mai a spenderli tutti. E' vero potrei cambiare la vecchia lavatrice che sta esalando gli ultimi respiri, come pure la vecchia macchina del gas e altri ruderi che ho in casa ma si tratterebbe di spese una tantum e quindi?
Vedi caro (?) politico, perché non provi a campare con un ottavo di quello che percepisci come riesco a farlo a stento io? Sai benissimo che ce sono altri che percepiscono anche meno di 1.000 euro al mese e quindi sarebbe meglio che te lo chiedessi tu come fanno a campare così come altrettanto faccio io.
I tempi sono cambiati e allora canticchio anch'io aggiornando la canzonetta di cui sopra "Se potessi avere ottomila euro al mese..." oltre trovare la serenità farei felice me ed anche altri che conosco.

lunedì 18 agosto 2014

REMINISCENZE

(Adamo ed Eva (1528) - olio su legno di Lucas Cranach detto il Vecchio - Galleria degli Uffizi - FI)

PREMESSA: sono nato a Roma nel 1930 e poi, sempre a Roma, battezzato nel Battistero (ottagonale) del Laterano - Basilica di San Giovanni; cresimato e comunicato presso la Chiesa parrocchiale di Madonna dei Monti; prestato servizio come chierichetto presso la Basilica di San Pietro in Vincoli; convolato a nozze nella Basilica di Santa Maria Maggiore (intervento di mia madre e delle 5 sorelle paterne di mia moglie delle quali 4 suore di clausura ed una suora laica).
Tanto premesso penso di avere tutte le carte in regola per poter disquisire su un certo argomento.
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L'Essere Superiore creò l'uomo (a sua immagine e somiglianza come si può notare osservando il dipinto) raccogliendo e impastando con le proprie mani un pugno di polvere. Dopo averlo creato gli dette il nome Adamo ma gli tolse una costola per creare una donna che chiamò Eva. Quasi subito intervenne qualcuno che colse una mela da un albero e la mise in mano alla donna. Quando Adamo la vide disse ad Eva: "me-la dai?" Lei, Eva, molto più intelligente di Adamo, finse di non capire e non gli dette la mela ma gli fece una proposta che lui non rifiutò anche se, come si nota bene nel dipinto di Lucas Cranach detto il Vecchio, Adamo, per comprendere meglio la situazione, si dette una grattatina nei capelli come spesso si suole fare.
Dalla coppia nacquero molti figli tra i quali Caino e Abele. Vabbé non tutte le ciambelle riescono bene.
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LA CONTEMPLAZIONE DI QUEL MAGNIFICO DIPINTO MI HA FATTO BALENARE IN MENTE LA FOLLE IDEA DI SCRIBACCHIARE LA MIA SUPERIORE VERSIONE DEI FATTI

domenica 10 agosto 2014

COMICHE DISAVVENTURE?...non direi proprio.

Certo che quando ti assalgono i ricordi tornano in mente episodi a volte piacevoli e altre volte no.Qualcuno potrà dire: ma tutte a te capitano? Che ci posso fare se così vanno certe cose. Il 25 aprile è festa nazionale perché, come tutti sanno, è l'Anniversario della Liberazione d'Italia dall'occupazione nazifascista. Il 25 aprile del 1953, io ero libero, come gli altri, dal lavoro di quel periodo e, sin dal mattino, mi trovavo dalla mia ragazza nella casa dove abitava a Centocelle, un quartiere periferico della zona est di Roma. La casa in realtà era in affitto a suo fratello più grande che vi risiedeva insieme a un figlio di tre anni, alla moglie, mia cognata la quale era incinta già da parecchio tempo, alla mia ragazza, a una gallina che starnazzava nel bagno in attesa di essere messa in pentola e ad un cucciolo, incrocio di tre razze di cani diverse, che circolava per casa. Per la Festa del 1953 ero stato invitato a pranzo e, mentre la mia ragazza si trovava in cucina, io andai in bagno ma non appena aprii la porta la gallina si mise a starnazzare ancora più forte e a cercare di beccarmi. Io che di pollame non ne voglio neppure sentir parlare chiamai il mio futuro nipotino di tre anni il quale la prese, se la mise tra le braccia e, carezzandola la portò non so dove. Bastava che mi stesse lontano. Però non capii una cosa: come mai a lui non lo beccava mentre a me voleva farlo? Chissà, forse aveva capito che tra di noi non esisteva alcuna possibilità di diventare amici. Dopo pranzo, al quale non aveva partecipato il mio futuro cognato per impegni fuori casa, ognuno di noi, si occupò delle proprie faccende. Verso le quattro di pomeriggio sentimmo la mia futura cognata urlare a più non posso "aiuto, aiuto, chiamate la sora Nanda, me se so' rotte l'acque, aiutateme, sbrigateve...". Ci prese a tutti il panico. La mia ragazza si andò a nascondere in cucina insieme al nipotino e alla gallina, il cane correva di qua e di là abbaiando spaventato, io, in preda al terrore e completamente all'oscuro di quello che si doveva fare, cercai di placare mia cognata, andai dalla sora Nanda la quale, al corrente della situazione, corse subito da noi, chiuse la porta e cominciò la sua opera. Poco dopo le urla cessarono, la sora Nanda tutta soddisfatta riaprì la porta e ci chiamò "venite, venite a vede' che ber pupo...". Infatti era proprio un bel neonato, cicciottello, che già stava facendo merenda al seno della madre. Dentro la camera da letto c'era un bel po' di confusione e un secchio da una parte quasi pieno di qualcosa. Non capii che roba fosse. La disavventura successiva guarda caso, mi capitò proprio quello stesso giorno. Erano passate da poco le 20, quando la mia ragazza mi chiese se potevo portare a spasso per un po' il cucciolo, forse ne aveva bisogno. Le risposi che l'avrei fatto volentieri e allora scesi in strada col cucciolo al guinzaglio.Fatti un centinaio di metri passai davanti ad un gruppo di signore che stavano parlottando accanto ad un basso muretto dal quale, con uno scatto improvviso saltò un gatto tigrato per aggredire il cucciolo ma lui, più rapido, si staccò con tutto il guinzaglio dalla mia mano e corse via all'impazzata guaendo come un diperato. Il gatto tigrato, sbagliando la traiettoria, aveva nel frattempo aggredito la mia gamba destra con tanto di unghie ben acuminate. Oltre a lacerarmi i pantaloni mi aveva graffiato la gamba sotto il ginocchio. Una di quelle signore accortasi dell'accaduto urlò il nome del gatto-tigre e lo chiamò a se.Mentre stavo rientrando subito a casa per disinfettarmi mi accorsi che sul marciapiede opposto il cucciolo, al piccolo trotto e con molta calma, stava pure lui rientrando.
QUEL 25 APRILE DI OLTRE 61 ANNI FA ME LO RICORDO ANCORA OGGI E, PER ME, NON FU AFFATTO FESTA

venerdì 1 agosto 2014

LA FANTASIA E' VOLATA VIA

Inseguita a passi veloci dalla memoria che se ne sta andando ed anche il tempo non è da meno. Non che me ne sia accorto improvvisamente ma col procedere inesorabilmente dei giorni, dei mesi e quindi degli anni è ovvio che le cose possono soltanto peggiorare. La prova è che quando mi accingo a scrivere qualcosa perché la cassaforte dei ricordi sembra si stia aprendo non faccio in tempo a catturarne uno che già lo sportello si richiude. E allora tento, tento ancora di aprirla ma pare che tutte le combinazioni di cui mi è rimasta traccia non funzionino più. Per la verità m'infastidisce il non rammentare più ricordi se non per una fortuita coincidenza con qualche avvenimento del tempo attuale. Però il "volo" della fantasia mi secca ancora di più. Mi sono reso conto che la mia fantasia dipende – sembrerà strano – da chi e che cosa incontro durante la giornata poiché anche un piccolissimo accadimento – a me è capitato spesso – può dare alla stessa fantasia la capacità di fantasticare. Ma proprio questo è il mio problema. Per quanto mi sforzi è un po' di tempo che si è bloccata. Ne ho preso atto e mi sono rassegnato. D'altra parte arrivato a quest'età non poso pretendere di più dalla mia mente e, ovviamente dal mio fisico in generale.
Belli però i giorni della giovane età. Mi consolo con il fatto che ogni giorno è un giorno in più che resto QUI in contatto col medico di famiglia, con il cardiologo. con il gastroenterologo, con il reumatologo.
CON LO PSICOLOGO ANCORA NO, ALMENO FINO AD OGGI.

lunedì 28 luglio 2014

IL FURBASTRO

Tra la fine del 1949 e l'inizio del 1950 un commerciante romano in vista del Giubileo di quell'anno pensò bene di ampliare il proprio negozio di abbigliamento aggiungendo, oltre al reparto femminile anche uno più piccolo per quello maschile. Aveva previsto, giustamente, che l'enorme afflusso di pellegrini e turisti a Roma, gli avrebbe consentito di fare ottimi guadagni e, per l'occasione, oltre alle due commesse che già lavoravano nel suo negozio, ne aveva assunto altre due, più giovani. Assunse anche un uomo pratico del ramo per il reparto maschile ed anche per agire come una sorta di direttore. Il "direttore" assunto aveva trentadue anni, di statura media e di aspetto comune, non poteva effettivamente definirsi un bel ragazzo ma neppure brutto. Scapolo, sempre elegante, attirava soprattutto la clientela femminile poiché ciò che lo faceva apparire abbastanza piacevole era il suo carattere, il suo modo di agire e quello di essere oltre che un discreto parlatore anche un attento ascoltatore. A volte si compiaceva del suo savoir-faire quando soprattutto riusciva a raggiungere quanto si era prefisso. Con il trascorrere dei giorni il proprietario si sentiva abbastanza soddisfatto di come procedevano le cose nel suo negozio sia dal punto di vista commerciale sia da quello della perfetta armonia che regnava tra il personale. Il "direttore" se la cavava egregiamente nei rapporti con le colleghe sulle quali, quelle più giovani, una biondo-cenere e l'altra bruna, aveva già messo gli occhi. Il problema era quello di quale scegliere per le "manovre di accerchiamento" poiché entrambe non avevano nessun pari età con il quale mantenere alcun tipo di rapporto, erano molto carine se non di più e apparentemente disponibili almeno per un primo approccio. Studiò un piano, apparentemente molto semplice. Doveva accompagnarle alla loro casa, una alla volta naturalmente e quindi, prima qualche parolina per conoscere meglio i loro caratteri e le loro personalità poi man mano comprendere chi avrebbe gradito le sue avances. Lo scopo era quello di sapere chi delle due si sarebbe lasciata convincere ad avere con lui una relazione breve o di più lunga durata. Per questo, almeno per il momento, non si era posto il problema. Come prima volta, una sera, dopo che erano usciti tutti dal lavoro si avvicinò alla bionda e, con molta circospezione, si autoinvitò per accompagnarla e si accorse che lei gradiva questo suo interessamento. Ripeterono la passeggiata insieme ancora altre volte e tutto procedeva abbastanza bene ma non come lui avrebbe desiderato. Sempre pregandola di mantenere il "segreto" seguitarono a vedersi frequentandosi però ancora platonicamente. Lui allora decise di procedere con la bruna adottando lo stesso metodo. Volendo seguitare a vedere anche la bionda calendarizzò le serate in questa maniera: il lunedì assegnò il turno alla bionda mentre alla bruna assegnò quello del sabato.Una sera, era un lunedi, aveva dato appuntamento alla bionda davanti ad un bar che frequentava tutte le volte in cui si incontrava con le sue due giovani colleghe, abbastanza lontano dal negozio in cui lavoravano, ma erano le 21 passate e la bionda non si vedeva. Dopo circa dieci minuti lei arrivò ma non era sola, insieme a lei c'era anche la bruna. Entrambe avevavo stampato sulla bocca un sorriso beffardo e, andandogli incontro, la bionda lo apostrofò così
= direttore dei miei stivali ti vogliamo dire in coro che sei uno sciocco presuntuoso e che hai commesso dei grossi errori uno dei quali è quello, piuttosto infantile, di usare le stesse identiche parole e le identiche frasi ad entrambe. È bastato raccontarci quello che ci hai detto allorquando ci vedevamo con te, sia pure a giornate alterne, per capire che credevi di fare il furbo con noi ma sei soltanto un maldestro furbastro. Buona nottata" e se ne andarono lasciandolo a bocca aperta.
La mattina del lunedi successivo lui telefonò al proprietario del negozio nel quale lavorava e gli disse che doveva partire quel giorno stesso per raggiungere il proprio fratello in Australia.

lunedì 21 luglio 2014

IL GERMANICO

In una piazza vicino casa dove io transito all'incirca quasi tutti i giorni m'incuriosì tempo fa uno strano caso. Una panda blu scuro Fiat lì parcheggiata regolarmente a spina di pesce non aveva né il ticket pagato per la sosta e neppure autorizzazioni quale residente del Rione o disabile. Erano molte cose che incuriosivano di quell'auto: la targa automobilistica della Germania, i finestrini e il parabrezza completamente oscurati dall'interno con pezzi di cartone d'imballaggio perfettamente sagomati, alcuni oggetti sistemati all'aperto di fronte all'auto quali coperte, cuscini, tavolino e sedia pieghevole da campeggio, insomma c'era di tutto un po'. Qualche giorno prima avevo visto un signore di una settantina d'anni il quale seduto sul sedile anteriore, metà dentro e l'altra metà fuori, prelevava da una specie di zuppiera che teneva fra le mani qualcosa che mangiava lui e che in parte dava a gatti e piccioni i quali lo avevano attorniato.Venni a sapere da un mio amico residente a non più di venti metri dalla panda blu e da tutto il resto, che si trattava di una persona che viveva o sopravviveva in quelle condizioni da cinque o sei anni. Per mangiare andava negli orari prefissati ad un convento di suore poco distante, bussava e otteneva il tutto gratis. Per dormire quando faceva freddo si sistemava dentro l'auto e quando faceva caldo fuori all'aperto sul marciapiede dove si era attrezzato a dovere. Per il bagno invece poteva liberamente accedere ai WC di due bar nei pressi della piazza. Non aveva mai chiesto soldi a nessuno, né la polizia del vicino commissariato e neppure i vigili urbani o gli ausiliari del traffico avevano chiesto qualcosa a lui. Convivenza pacifica. Forse per distrazione o forse preso da altri pensieri, pur passando da quella piazza molto spesso, mi disinteressai completamente della strana storia anche perché non avevo più visto la panda parcheggiata e neppure il suo proprietario. Due giorni fa però, passeggiando vicino il giardino che si trova nella piazza, vidi il "germanico" che conversava con un anziano suo coetaneo il quale portava a spasso due barboncini muniti di regolare guinzaglio. Guarda guarda chi si vede mi dissi. Spinto dalla curiosità, visto che i due erano seduti in una panchina di quel giardino, andai a vedere se la panda era tornata ed invece, nello stesso posto di prima, era parcheggiata una "opel" bianca, mezza auto e mezza furgone, con i vetri schermati da carta di giornale, la targa germanica – non so se la stessa della panda precedente – stracolma di masserizia, oggetti d'ogni genere, varie pentole di tutte le misure poggiate sul sedile anteriore del passeggero ed altro ancora. Sul marciapiede, di fronte all'auto, in misura inferiore rispetto la volta scorsa, qualche altro oggetto coperto da un telo impermeabile di plastica scura. Girando intorno a questa nuova "casa del germanico" notai che sui vetri degli sportelli anteriori c'erano incollati due cartelli con la scritta a caratteri cubitali "NON SOSTATE TROPPO VICINO ALTRIMENTI NON POSSO ENTRARE O USCIRE". Inoltre, attraverso il parabrezza, notai anche che sul cruscotto era incollato un foglio formato A4 e vidi che si trattava di un verbale della Polizia municipale molto lungo dove c'erano frasi che non mi riusciva di leggere perchè scritte a caratteri minuscoli. Ero intento a cercare di leggere il contenuto di quel foglio ma mi accorsi che si stava avvicinando il "germanico" modestamente abbigliato e con sulla testa canuta uno zucchetto di lana da sciatore. In un italiano accentuato dal dialetto romanesco mi disse
= Ahò, che te voi compra' la machina? Guarda che te faccio fa' 'n'affare, nun costa tanto...
= Veramente stavo soltanto dando un'occhiata...
= Nun te proccupa', io ce abbito qua drento perché devi da sape' che so' stato a lavora' in Germania pe' un sacco d'anni, me so' comprato casa qui a Roma ma quanno so' tornato dalla Germania l'ho trovata occupata, nun me riesce manna' vvia la ggente che ce stà e a me me tocca vive così, te pare giusto?
= Direi proprio di no. Ad ogni modo le faccio i miei migliori auguri e scusi per l'intromissione...
= Ma de che? Anzi si aripassi de qua fatte vede, magara se pjiamo un caffé...
Il suo amico con i due cani lo chiamò
=Aristode' nun venghi?
= Arivo... Allora te saluto sor mae', statte bene.
= Grazie, arrivederci...=
E restai lì a bocca aperta per lo stupore.
Il "germanico" non era per niente germanico però aveva una nuova "casa".

lunedì 14 luglio 2014

LETTERA DA MIA MADRE

Ciao Aldarello.
Sì lo so, non è più il caso di chiamarti così alla tua età ma a me piace molto chiamare te e i tuoi fratelli – due dei quali insieme a papà stanno qui con me – come quando eravate bambini.
A proposito di bambini, quando diventasti più grande ti raccontai che al momento della tua venuta al mondo mi creasti dei problemi e corremmo entrambi qualche rischio ma poi tutto si sistemò. Forse è stato per questo che ho avuto un certo debole verso di te anche se invece tu eri il cocco di papà. Infatti, malgrado le marachelle, piuttosto grosse direi, che combinasti fino al compimento dei tuoi diciotto anni, ti ho voluto bene. Naturalmente il mio affetto e il mio attaccamento era anche per i tuoi tre fratelli, certo. Una delle marachelle era quella, non so se te la ricordi, di quando infilavi la mano nel ripieno di ricotta di mucca, canditi e scagliette di cioccolato che preparavo durante le festività natalizie per i cannoli siciliani, una delle mie specialità graditissima da tutti. Tu magari avrai pensato che mi fosse sfuggito il tuo armeggiare dato che ero voltata di spalle ed invece sapevo benissimo che eri tu "al lavoro" nella parte bassa della credenza di cucina.Comunque io e papà eravamo molto orgogliosi di voi quattro birbanti nonostante tutto quello che facevate. Purtroppo nel 1976, io avevo 66 anni, ho dovuto lasciarvi ed ho raggiunto papà che già ci aveva lasciati nel 1970. Sai perché ti scrivo questa lettera? Perché sia nel 1953 e sia nel 1966 e nel 1975 te la sei vista molto brutta, ma a me non faceva piacere andarmene prima di chiunque di voi quattro ragazzi. Ed è andata così. Infatti, pensa un po', stai arrivando alla tua veneranda età malgrado tutti i guai fisici che sopporti e che hai dovuto sopportare. Certo non scoppi di salute, tutt'altro, però tiri avanti.
Noi qui ovviamente non abbiamo radio e neppure televisione però siamo riusciti ad entrare nel tuo pc-Pasquale,vediamo tutte le tue scribacchiature e ne discutiamo, ma non ci dispiace leggerti. Praticamente stai ripetendo quello che facevi da bambino e da ragazzo inventandoti in parte tante storielle. Da uomo più che maturo stai ricordando anche molte cose del tuo e nostro passato arricchendole magari con un po' di fantasia. Non so se lo rammenti ma la tua insegnante delle elementari me lo diceva che tu eri bravo a fare i temi d'italiano ma poi, dopo la terza media, ti sei fermato, cioé, come si usa dire, ti sei "guastato col crescere". Adesso resta lì dove ti trovi, intendiamoci non che qui si stia male, però è preferibile essere ancora in carne, ossa e tutto il resto, credimi. Non ci sarà bisogno di avvisarci quando verrà il tuo turno, noi tutti lo sapremo prima. Salutaci affettuosamente tutti i nostri familiari, tuo fratello, le vostre mogli, i nipoti e le pronipoti. Intanto anche noi ti salutiamo abbracciandoti forte.
Mamma.